La ricerca della propria felicità non sta nel fare tutti le stesse identiche cose. Sta nel fare ciò che ci fa stare bene.

Care mamme,
volevo dirvi che siete delle grandi donne e che non dovete sentirvi umiliate in nessun modo, soltanto perchè avete deciso di condividere la vostra “personale vita” con vostro figlio.
Siete riuscite in un’impresa per molti impossibile, quella di mettere voi stesse da parte per un po’ di tempo.
State dimostrando di avere una grande dote, quella dell’umiltà.

Questo post è dedicato a tutte voi che non riuscite a fare niente altro che stare dietro ai vostri figli, che confrontandovi con amiche/amici che non ne hanno, avvertite un brivido di disagio, vi sentite fuori luogo e diventate vulnerabili ascoltando le loro “libere” parole.
Non pensare più “solo” a voi stesse non è una colpa (come invece qualcuno vi vuol far credere).

Questo post è dedicato a tutte voi che non riuscite più a leggere un libro che vi piace e a tutte voi che andate al cinema solo per vedere i cartoni animati che piacciono ai vostri figli.

E’ dedicato a tutte voi che la sera quando rientrate in casa, vi spogliate con la mano destra, mentre con la sinistra mettete sul fuoco l’acqua per la pasta, distendete la tovaglia con il braccio, vi togliete la scarpa con l’altro piede, vi sganciate il reggiseno e infilate il pigiama contemporaneamente.

E’ dedicato a voi che prima di riuscire a sedervi dopo una giornata di lavoro, cucinate, date da mangiare a tutta la famiglia, fate la lavatrice, la lavapiatti, stendete i panni, mettete via le stoviglie, pulite tutto e mettete vostro figlio a letto.

E’ dedicato a voi che vivete in casa con un uomo che preferisce stare al computer o alla televisione, piuttosto che girarsi e guardarvi nell’infinita bellezza del vostro essere madre.

E’ dedicato a tutte voi che non riuscite più ad avere quella linea perfetta di un tempo e a tutte voi che venite chiamate “Signora” dalla ragazzina dietro la cassa del negozio, quando ancora questa definizione non ve la sentite proprio per niente addosso.

La ricerca della propria felicità non sta nel fare tutti le stesse identiche cose. Sta nel fare ciò che ci fa stare bene.

Se non riesci a sistemare la camera, se non riesci a finire di imbiancare la cucina, se non riesci a rimetterti a dipingere, se non riesci più a fare le cose che facevi prima, chiediti cosa invece riesci a fare.
E guardati intorno.
Anzi guarda davanti a te, quella creatura che stai aiutando a fare i compiti, a cui stai insegnando a vestirsi, a cui stai spiegando che non deve soffrire per chi non se lo merita, che stai consolando per il dolore di quell’abbandono.
Quel figlio che stai osservando mentre fa il bagno e butta tutta l’acqua possibile e inimmaginabile fuori dalla vasca, mentre tu cerchi disperatamente di asciugare, accompagnata dalla speciale colonna sonora delle sue felici risate.

Cara mamma, sentiti orgogliosa di quello che sei diventata.
Sentiti orgogliosa di quello che stai facendo.
Non farti umiliare da chi ti dice che non hai più accortezze per te stessa.

La vita è movimento e tu lo sai bene. Stai correndo, inseguendo il tempo.
Tu stai facendo crescere tuo figlio.

Arriverà il momento in cui la tua creatura diventerà grande.
E non avrà più bisogno che tu gli metta i calzini.
A quel punto, se vorrai, potrai riprendere le fila di quello che hai messo in stand-by in questi anni.
Il sospendere le attenzioni verso te stessa, a favore di tuo figlio, non è un annullamento.
Tu sei nella posizione di “trasmissione”.
Sei connessa a tuo figlio.
Gli stai trasmettendo energia, sapere, concentrazione, potere.
Stai dando a lui tutte le risorse che possiedi.
E gliele dai senza chiedere niente in cambio.
Non sai se ti tornerà mai indietro qualcosa.
Ma sei sicura di fare la cosa giusta.
Tu sei madre, devota a tuo figlio.
Dai, senza chiedere niente.

Vivi camminando continuamente sul filo sospeso sul baratro.
E sulle spalle porti tuo figlio, mentre cerchi di mantenere l’equilibrio di entrambi e passo dopo passo gli spieghi come deve muoversi o come non deve sbilanciarsi, per non cadere di sotto.

Come può capire quello che provi, chi non ha figli?
Cosa puoi spiegare a chi decide di non voler condividere la sua vita con nessun altro tranne che con sè stesso? Quale obiettivo riuscirà mai a raggiungere una persona che non ha umiltà nel suo animo?
Noi non bastiamo mai a noi stessi.
Siamo creature nate per condividere.
La nostra anima, il nostro corpo, la nostra essenza.
Diventiamo potenti insieme.
Unirsi a un uomo.
Dar vita a un bambino.
Continuare a essere donna.

Cara mamma, hai goduto della tua vita e stai godendo della vita della tua creatura.
Decidere di avere o adottare un figlio è la massima potenza a cui può aspirare l’animo umano.
Significa aver raggiunto i propri obiettivi ed essere pronti a dedicare la propria vita a un altro essere umano.

Significa tanto cara mamma, non te lo scordare.
Non hai niente da invidiare a nessuno, tranne che a te stessa, per quello che sei riuscita a fare e ottenere dalla vita, con la tua tenace caparbietà.

Guarda tuo figlio.
Tra poco sarà grande.
E questi tuoi anni dedicati a lui, saranno un ricordo indelebile.
Saranno le basi della tua maturità.
E anche della sua.

Cara mamma, ricordati di amarti alla follia, per riuscire ad amare ogni giorno di più, come stai facendo da sempre, la creatura che hai messo al mondo.

Grazie per essere la mamma che sei.
Tuo figlio, non potrà fare altro che dedicarti la sua vita.
E se l’uomo che hai accanto, non arriva a capirlo, non importa.
Quando sarà solo, l’unica persona da cui correrà e da cui finché potrà si rifugerà, sarà la sua mamma.

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La malattia, quello che mi ha portato via e quello che mi ha fatto capire.

Ho sempre creduto che gli adulti fossero forti.
Capaci di resistere agli eventi della vita.
Perfino alla morte.
E l’ho creduto fino a che non ho visto la morte in faccia.

A un certo punto della mia vita mi sono ammalata di una malattia che ti porta via.
Ed ho scoperto che nessuno oltre a noi stessi può sopportare quel dolore.
Nessuna persona che hai vicino può sopportare la sofferenza della persona che ama, che questa sia amica, parente, figlia, conoscente, amante, moglie, fidanzata.
Ci sono prove che uno deve superare da solo.
Ed è incredibile perché nessuno pensa mai che riuscirà a superare quella prova.
Ma quando sei tu e te la devi vedere con te stesso, non puoi scappare.
E le persone che hai vicino non hanno più peso.

Hai paura, una fottuitissima paura.
Arraffi tutto senza pensare.
Accumuli energie dalle persone, più che puoi.
Perché hai paura.
Chiedi.
Non fai altro che chiedere che le altre persone ti diano un po’ della loro aria, un po’ della loro vita, un po’ della loro speranza.
E non ti interessa se le fai soffrire. Non ti interessa di quello che resta di loro. Tu stai morendo.
E’ inconsapevole quello che fai. Non lo vedi. Non te ne rendi conto.
Il male che fai agli altri è sempre minore di quello che provi tu dentro di te.

Ma gli altri sono solo una scusa. Tu hai paura, una fottutissima paura di non farcela.
E solo l’amore puro, quello vero quello di un genitore, di un fratello, di un bambino, supera la prova.
L’amore per un compagno, se tu lo permetti, può farcela ma spesso non ce la fa.
L’amicizia non ce la fa.
E tu piano piano, e a volte molto velocemente, vai all’inferno.

E’ strano. Tu scendi le scale verso l’inferno e le persone ti seguono.
Si chiedono dove vai, ti osservano, sono curiose.
Pian piano però si fermano.
E tu continui a scendere. Senza voltarti.
E loro da tante che erano diventano poche.
E tu continui a scendere e non ti interessa di quanti vengono giù con te.
Quando arrivi al centro dell’inferno, non c’è più nessuno.
Solo tu. E davanti a te la morte. In un combattimento all’ultimo sangue.
Che come rappresentò perfettamente Ingmar Bergman ne “Il settimo sigillo”, si svolge con una partita a scacchi, nel mio caso su un ring.

All’inferno è buio.
Non vedi niente. Sei solo. Ti senti solo. E vuoi essere solo.
La sofferenza che provi, credi che ti ucciderà.
Ma non succede mai così.
Non è mai la sofferenza ad ucciderti.
Nello stesso modo in cui tu non puoi impedire al sole di sorgere alto nel cielo.
E l’inferno, ti sfida. Sfida la tua capacità di resistenza. E tu, scopri, che hai una resistenza infinita.
Non ti arrendi mai. Ma non lo sapevi. Non ne eri consapevole fino a quel momento.
Ed è lì che inizi a combattere. Quando ormai tutto è perduto, quando ormai sai che non ce la farai, quando stai per mollare tutto, ti accorgi di quanto sei stato forte a resistere e la tua testa si rialza.
Non stai più piegato su te stesso a prendere bastonate dalla morte.
Adesso la guardi in faccia la morte. Non hai paura di combattere.
Anche a mani nude.

Le tue mani, che hanno fatto mille cose nella loro vita, adesso ti danno la forza per alzarti.
Sarebbe bello avere un amico che ti para le spalle. Ma questo non è possibile.
Nessuno è sceso fino a lì con te.
Nemmeno se l’amore che prova per te è il più grande del mondo.
Non gliel’hai permesso. Ed ha avuto paura.

Anche la tua famiglia resta sugli spalti a guardare. Si, certo, quelli più bassi, i più vicini a te.
Ma neanche loro possono combattere per te.

Credevo di dovermi arrabbiare con chi non è salito sul ring con me.
In fin dei conti non ho mai imparato a giocare a scacchi.
Figuriamoci se mi sarei mai immaginata di dover sfidare la morte a questo gioco.
Ma nessuno può salire sul ring con te.

Chi ti sta vicino, può essere spettatore di quell’incontro.
Sei tu a decidere dove vuoi mettere gli altri all’interno della tua vita.
E a te non interessa neanche se ci sono. L’importante è che stiano fuori dalla tua lotta.
Tu devi combattere da solo.
Questo è l’unico momento della tua vita in cui nessuno potrà cambiare le tue decisioni.

E tu, che sei spettatore, puoi solo restare lì, senza decidere dove stare.
Non è la tua vita. Non sei il protagonista.
Il tuo spazio è dove chi combatte, decide di metterti.
Quello è il tuo posto in platea. Il migliore posto tra i più vicini, ma in platea.
Puoi accettare. O puoi scappare.
Con me sono scappati, quasi tutti.

E poi Ceci, che succede?
E poi.
E poi tu vinci.
Tu vinci sempre. Anche se muori.
Perché hai combattuto. Perché hai scoperto di essere forte.
Perché hai amato te stesso. Hai sofferto con te stesso.
Ti sei racchiuso dentro di te e hai dato a te stesso tutto quello di cui avevi bisogno.
Tu vinci. Sarai sempre vincitore.

E se non muori, e torni alla vita, allora potrai capire.
La concentrazione su di te si scioglierà piano piano e darà possibilità ad altre persone di entrare dalla porta che hai lasciato socchiusa.
E sarai tu a scegliere chi potrà entrare.
Magari farai di nuovo entrare qualcuno che è rimasto sulla porta, qualcuno che era sicuro che quella porta si sarebbe riaperta e che tu saresti uscito vincitore. Perché tu gli hai detto di andare nel mondo a vedere quanto è grande e tornare a raccontartelo. E se tornerà, la porta sarà aperta.

Io avrei voluto che le persone restassero.
E ho odiato quelle che se ne sono andate.
E quelle che se ne sono andate, non sono più tornate.
Nessuno è rimasto fuori dalla porta ad aspettare.

Ma io ho vinto comunque.
E adesso, cari miei, per entrare, bisogna bussare.

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Categorie: Come stai?, La malattia, La Malattia quello che mi ha portato via e quello che mi ha fatto capire, Non vi ho detto com'è andata a finire... | 1 commento

La maledizione dei dicembre

Sembra strano, ma è vero.
I mesi che compongono i miei anni, ultimamente, girano ciclici.
La “sfiga”, protagonista principale della mia vita, trova il suo culmine, nel mese di dicembre (anche se ci prova costantemente a intaccare tutti i mesi precedenti).

Ho vissuto 15 anni insieme a un africano dell’Africa nera, uno di quelli nati vicino all’equatore, dove il cervello bolle dal caldo e dall’umidità che fa, e credo di essere arrivata al punto in cui non mi lascio stupire più da niente.

Ho ascoltato storie come quella della “bara che balla” durante il trasporto al cimitero perché il morto vuol far sapere ai familiari che non è deceduto per cause naturali, ma qualcuno lo ha ucciso.
Ho vissuto credenze, come la “piroga che oscilla sull’acqua” perché gli spiriti non vogliono che tu attraversi quel lago in quel momento.
Ho sentito parlare di stregoni, imputati di aver fatto un rito wodoo talmente forte, da portare quasi alla morte psicologica la persona, che ha avuto come unica soluzione quella di “capire chi fosse il mandante del maleficio” e “pagare lo stregone”, pur di far sciogliere la congettura su di lui.

A tutto questo ho sempre risposto che “io sono italiana e mi piace stare ad ascoltarvi”, “non penserò mai che state dicendo una cosa fuori dal normale” ma voi “non potete pretendere che io ci creda”.
Anche se mi continuate a dire che i riti wodoo degli stregoni africani raggiungono il destinatario in qualunque parte del mondo si trovi.

Ma torniamo ai miei sfigatissimi mesi di dicembre.
A un certo punto della mia esistenza, dopo una calma abbastanza piatta e direi anche abbastanza noiosa, sono cominciate a succedere cose dell’altro mondo.

Dicembre 2009 – l’inizio di tutto
In un solo mese della mia vita,
sono riuscita a vivere 4 episodi estremamente tragici.
Un aborto indotto al quinto mese di gravidanza con certificazione medica paragonabile alla pazzia, la perdita del lavoro che avevo ormai da 8 anni, la caduta economica della famiglia che avevo creato, la morte del mio cane di quasi 13 anni.

Bene.
Potremmo dire che tutto questo ci basta.
E invece, non vogliamo farci mancare niente.

Dicembre 2010
Il nuovo lavoro che avevo trovato, si risolve in un “ci piacerebbe, ma non possiamo tenerti. Ciao”.

Dicembre 2012
Si scatena l’apoteosi.
Scopro di avere due tumori al seno.
Una “pallina” discretamente grande e una serie di cazzutissimi “micronoduli” sparsi per tutto il seno.
Operazione, chemioterapia, addio ai capelli, metabolismo bloccato, un sacco di chili in più.
Dulcis in fundo, il mio caro marito mi molla prima dell’inizio della chemioterapia.

Dicembre 2015
Il mio compagno e mio migliore amico di sempre, che ha riso e sofferto con me, guardandomi negli occhi nei peggiori momenti della mia vita, con la più assoluta sincerità e un amore infinito, decide che non vuole essere più “nulla” per me dopo due anni e mezzo di storia vissuta insieme e mi molla alle soglie di Natale, scomparendo nella nebbia.
(Quello che fondamentalmente mi preoccupa adesso, è che oggi è solo il 5 dicembre e per arrivare a gennaio mancano ancora 26 giorni e purtroppo so che non c’è mai fine al peggio…)

Ora, io non crederò ai riti wodoo degli africani, ma forse forse, al malocchio dei napoletani potrei iniziare a crederci, non pensate?

Vi prego!!! Datemi una cura contro la sfiga.
:) peace & love

Cecilia Lascialfari

Categorie: La maledizione dei dicembre, Senza categoria | Tag: , | Lascia un commento

Il vincitore non è chi porta la palla oltre la meta. Ma chi permette alla squadra, di arrivare a fare meta.

Prendersi cura di una persona. Che non è una persona qualunque. Ma una particolare, che tanto si addice a noi, che ci capisce, che ci sa ascoltare, che ci apprezza, che tanto ci fa incazzare, ma che in fondo al nostro cuore tanto amiamo.

Non è facile prendersi cura di una persona e non è facile permettere a una persona di prendersi cura di noi. Ma forse ognuno ha un ruolo preciso.

Una volta mi hanno detto che le persone ‘geniali’ (è un aggettivo che ci calzava a pennello) come me, servono all’ingranaggio, e sono fondamentali perchè le cose cambino, ma non è detto che ci permettano di guidare quel cambiamento.

La regola del rugby regna sovrana in una comunità come quella della specie umana.

Il vincitore non è chi porta la palla oltre la meta. Ma chi permette alla squadra, di arrivare a fare meta.



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Non abbiate paura mai.

Non abbiate paura se qualcuno vi ‘osserva’ o se qualcuno vi ‘copia’ o se qualcuno ‘ruba’ una vostra idea.

Sono soltanto attimi che queste persone, che nn hanno ancora capito il senso della vita, cercano di fermare.

La vita è come le onde sonore, è come l’acqua, è come la sabbia, funziona solo se si muove.

Ci chiedono continuamente di fermarla, ma tra un attimo il pensiero che sto scrivendo, sarà già vecchio e passato.

E la mia mente, ne avrà già prodotto un’altro, estrapolando la sintesi migliore da quello precedente.

Fatevi scivolare tutto sulle spalle come l’acqua.

E soprattutto: sorridete.

😊



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Grazie per il mio carapace, brutti stronzi!

Vi voglio raccontare come voi avete vissuto, in questi ultimi due anni, la mia malattia.

Per fortuna, di tumore si tratta, per cui ‘NON SI ATTACCA’.

Forse.

Forse si o forse no?!?

Mah.

Non si sa mai.

(Non rischiate!)

Gran parte di voi, hanno deciso di starmi alla larga (onde evitare che questa brutta malattia invadesse anche il vostro corpo… giusto, approvo, saggia decisione).

E mi avete dato le più svariate spiegazioni delle vostre prese di posizione (si sa, d’altra parte uno la spesa la deve fare e poi anche senza volere, se non muore, si rincontra alla coop e qualcosa per giustificare la sparizione, la deve dire…).

Tipo ‘avevo paura di disturbare’ (ma mica ero al gabinetto!) o ‘sono momenti in cui la famiglia si raccoglie intorno al malato e non vuole nessuno di estraneo’ (ma mica è un funerale!).

Bisogna lottare per sopravvivere e se vicino hai qualcuno che ti passa anche le sue armi, tanto di cappello!

Comunque. 

Mi avrebbe fatto piacere se mi aveste guardato in faccia mentre mi sentivo un extraterrestre con in corpo la morfina che shekerava tutto a più non posso (che roba la morfina, si vedono un sacco di cose strane…) e mi aveste fatto un sorriso. 

Magari avrei pensato che eravate extraterrestri come me e mi sarei tranquillizzata!!!!!:)

Ma va bene.

In molti ve ne siete andati. 

E che vi posso dire?

‘Vi prego tornate indietro!!!’

No, no, non vi preoccupate, va bene così.

Mi avete aiutato a creare una corazza così dura che fa invidia anche al carapace più antico sulla faccia della terra.

E ora veniamo alla cosa più buffa e stronza al tempo stesso che avete fatto.

Gli ‘uomini’, i ‘maschi’, le ‘colonne d’Ercole’, gli ‘indistruttibili’, sono stati quelli che hanno subito gli effetti più sorprendenti.

Da chi è fuggito, nascondendosi dietro una  montagna di paura (ma dove era poi questa montagna? Boh…), a quelli che invece hanno ben pensato che una situazione come la mia significasse ‘una scopata facile’ (mannaggia… O come mai non ci siete riusciti?!? Forse questa tipa non era poi così moribonda da farsi abbindolare da dei dementi come voi…).

Poi ci sono stati quelli curiosi.

L’idea di una poppa finta (o due? ahahah, non ve lo dico, pappapero…) incuriosisce anche il topo di fogna più sudicio (con tutto il rispetto per i topi di fogna) che sta rosicchiando una scarpa vecchia e puzzolente in una fogna di Parigi.

Ebbene. 

Non vorrei deludervi, ma mi sono accorta di tutto.

Di tutte le vostre ‘false’ mosse.

E mi sono anche accorta che quando venivate a trovarmi in ospedale, portandomi la brioscina dal barrettino squallido li sotto, in realtà non mi venivate a trovare perchè ci tenevate a me, ma solo perchè così vi mettevate l’anima in pace, e mi sono resa conto poi, che passavate da li per altri fatti vostri…

Cazzarola. 

Sono stata cosciente di tutto sempre. 

E forse come non mai, mi sono accorta di tutte le vostre mosse. Molte fatte per proprio ‘ego’ personale. Altre fatte senza accorgervi che dietro c’era comunque un ‘ego’ personale che vi dava la spinta (vincente però!).

Ma non siete voi il mio problema.

Purtroppo la mia lucidità è dovuta all’aver giocato con la morte. 

E voi, che avete architettato nelle vostre menti questi giochini (magari anche senza volere), ai miei occhi siete apparsi come le barzellette della settimana enigmistica! 

Quanto ho riso… (e pianto!).

😊

La malattia, ti chiede di fare uno sforzo enorme. 

Superare il parere positivo o negativo che hai di te stesso. 

A lei nn gliene frega niente di te. 

Lei ha fame e ti mangia.

E allora il punto di vista ti cambia per forza. 

E non tornerà MAI più quello di prima.

Il problema è che per voi, invece, il punto di vista è stato su per giù sempre lo stesso. Vi siete solo per un attimo affacciati a un’altra finestra per vedere cosa mi stava succedendo. Mi avete guardato per qualche secondo, piegando il collo su un lato, ma nn vi siete sforzati di farlo avvicinandovi a me.

Il vostro egocentrismo, vince ancora su voi stessi.

Ma non importa se non ve ne rendete conto.

Per uno strano gioco di equilibri, viene il momento della verità per tutti.

Io questo scatto l’ho fatto, grazie alla somma di eventi che ho vissuto alla mia tenera età, di soli 38 anni (se ve li raccontassi tutti, Mark Zuckenberg, mi chiederebbe di smettere di occupargli spazio sui server, per cui ve lo risparmio!).

E ora è un bel casino, perchè io vedo tutti i vostri difetti.

E non c’è nessuno, per ora, che non mi appaia ridicolo e immerso in così tanta non autocoscienza, come siete voi.

Ma non preoccupatevi.

Non ce l’ho con nessuno.

In fin dei conti mi avete aiutato a  sorridere.

Grazie.

:)



Categorie: Senza categoria | 4 commenti

Non vi ho detto com’è andata a finire…

Ebbene si, adesso che l’ho vissuto, vi posso raccontare cosa è significato.

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Categorie: Non vi ho detto com'è andata a finire... | Lascia un commento

1+1+1+1=4 ognuno fa la sua parte e io sono una persona molto esigente…

1+1+1+1=4
ognuno fa la sua parte e io sono una persona molto esigente…
Tutti sono necessari nessuno è indispensabile.:)

Domani mattina alle 9:30, quando entrerete a lavoro, io sarò appena uscita dalla sala operatoria per la seconda volta negli ultimi due mesi.
:) meno male! Stavolta mi penserete a intervento finito:)

La cosa più bella prima di un intervento in sala operatoria, è farsi prestare un lettore mp3 pieno di musica caricata da qualcun altro e ascoltarlo appena svegliati dall’anestesia… goduria immensa…
Tommi stavolta il grazie va a te:)

Categorie: Cazzeggiamo un po' và!, Gli appuntamenti, Le tappe dell'operazione, Plotone da combattimento | 4 commenti

Filibustiere di primo ordine.

” Può darsi che nella rara occasione in cui per seguire la giusta rotta ci voglia un atto di pirateria, la pirateria stessa, sia la giusta rotta.”
(I pirati dei Caraibi)

La nave dei pirati che mi ha rapita, sta viaggiando lungo il fiume a grande velocità.
Dicono che arriveremo a destinazione martedì mattina 22 gennaio, alle ore 8.
Il capitano mi ha spiegato le sue intenzioni nei miei confronti e anche se ho già avuto a che fare con questi filibustieri, l’avventura stavolta sembra nn finire.
E non posso scendere da questa nave.

Ci sono degli attrezzi di primo ordine nella stiva… dicono che li useranno tutti, appena giunti a destinazione.
Sulla mappa sono indicati i punti dove troveremo le pepite d’oro e diamanti. Prenderemo soltanto quelli.
Collane di perle, fili dorati o intrecci simili, li lasceremo sulle isole.
Si, perché il tesoro è sparso su varie isole, tutte molto vicine, ma sarà comunque un pericoloso saccheggio.

Mi hanno dato un piccolo grado, ‘filibustiere di primo ordine’ che non ho idea di cosa comporti.

Sono l’unica donna su questa nave.
Il mio sostegno psichico e morale l’hanno fatto scendere a terra quando ci siamo fermati al porto del ‘promontorio dei sogni’, l’ultima volta.
Adesso è dura.
Non so proprio come farò.
Dovrò affidarmi completamente al mio capitano.
Ma non mi basterà.

Se volete venire a salvarmi, dovrete avere delle gran palle e coraggio da leoni.
Altrimenti non ci provate neanche ad avvicinarvi alla nave.
L’illusione di essere salvati da qualcuno che nn lo farà mai, è cosa peggiore della realtà.

” Dovunque vorremo andare andremo. Una nave è questo in realtà, non è solo una chiglia, uno scafo e un ponte o delle vele, si una nave è fatta così, ma ciò che una nave è, ciò che la Perla Nera è in realtà…E’ libertà!”
(I pirati dei Caraibi)

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Categorie: Careggi, l'ospedale, Dio c'è, non c'è, o ci fa?, Le tappe dell'operazione, Plotone da combattimento | 4 commenti

Caro chirurgo, ti voglio bene.

Le tecniche chirurgiche non sono più come cinquant’anni fa.
Adesso si opera a ‘tappe’.
In fin dei conti è un po’ come giocare con Carlo Conti su Rai Uno: se sbagli si dimezza il premio.
Qui si dimezzano i pezzi di me.
Che il plotone da combattimento sia chiamato a raccolta.
Ho bisogno di voi la prossima settimana.
Caro chirurgo, ti voglio bene.
(No, penso tu sia un grande uomo sul serio. Hai anche un bellissimo nome. Ma se decidessi di smettere di tagliare, sarei un po’ più felice).

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Categorie: Come stai?, I Chirurghi, Le tappe dell'operazione | 1 commento

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