Archivi del mese: dicembre 2015

La malattia, quello che mi ha portato via e quello che mi ha fatto capire.

Ho sempre creduto che gli adulti fossero forti.
Capaci di resistere agli eventi della vita.
Perfino alla morte.
E l’ho creduto fino a che non ho visto la morte in faccia.

A un certo punto della mia vita mi sono ammalata di una malattia che ti porta via.
Ed ho scoperto che nessuno oltre a noi stessi può sopportare quel dolore.
Nessuna persona che hai vicino può sopportare la sofferenza della persona che ama, che questa sia amica, parente, figlia, conoscente, amante, moglie, fidanzata.
Ci sono prove che uno deve superare da solo.
Ed è incredibile perché nessuno pensa mai che riuscirà a superare quella prova.
Ma quando sei tu e te la devi vedere con te stesso, non puoi scappare.
E le persone che hai vicino non hanno più peso.

Hai paura, una fottuitissima paura.
Arraffi tutto senza pensare.
Accumuli energie dalle persone, più che puoi.
Perché hai paura.
Chiedi.
Non fai altro che chiedere che le altre persone ti diano un po’ della loro aria, un po’ della loro vita, un po’ della loro speranza.
E non ti interessa se le fai soffrire. Non ti interessa di quello che resta di loro. Tu stai morendo.
E’ inconsapevole quello che fai. Non lo vedi. Non te ne rendi conto.
Il male che fai agli altri è sempre minore di quello che provi tu dentro di te.

Ma gli altri sono solo una scusa. Tu hai paura, una fottutissima paura di non farcela.
E solo l’amore puro, quello vero quello di un genitore, di un fratello, di un bambino, supera la prova.
L’amore per un compagno, se tu lo permetti, può farcela ma spesso non ce la fa.
L’amicizia non ce la fa.
E tu piano piano, e a volte molto velocemente, vai all’inferno.

E’ strano. Tu scendi le scale verso l’inferno e le persone ti seguono.
Si chiedono dove vai, ti osservano, sono curiose.
Pian piano però si fermano.
E tu continui a scendere. Senza voltarti.
E loro da tante che erano diventano poche.
E tu continui a scendere e non ti interessa di quanti vengono giù con te.
Quando arrivi al centro dell’inferno, non c’è più nessuno.
Solo tu. E davanti a te la morte. In un combattimento all’ultimo sangue.
Che come rappresentò perfettamente Ingmar Bergman ne “Il settimo sigillo”, si svolge con una partita a scacchi, nel mio caso su un ring.

All’inferno è buio.
Non vedi niente. Sei solo. Ti senti solo. E vuoi essere solo.
La sofferenza che provi, credi che ti ucciderà.
Ma non succede mai così.
Non è mai la sofferenza ad ucciderti.
Nello stesso modo in cui tu non puoi impedire al sole di sorgere alto nel cielo.
E l’inferno, ti sfida. Sfida la tua capacità di resistenza. E tu, scopri, che hai una resistenza infinita.
Non ti arrendi mai. Ma non lo sapevi. Non ne eri consapevole fino a quel momento.
Ed è lì che inizi a combattere. Quando ormai tutto è perduto, quando ormai sai che non ce la farai, quando stai per mollare tutto, ti accorgi di quanto sei stato forte a resistere e la tua testa si rialza.
Non stai più piegato su te stesso a prendere bastonate dalla morte.
Adesso la guardi in faccia la morte. Non hai paura di combattere.
Anche a mani nude.

Le tue mani, che hanno fatto mille cose nella loro vita, adesso ti danno la forza per alzarti.
Sarebbe bello avere un amico che ti para le spalle. Ma questo non è possibile.
Nessuno è sceso fino a lì con te.
Nemmeno se l’amore che prova per te è il più grande del mondo.
Non gliel’hai permesso. Ed ha avuto paura.

Anche la tua famiglia resta sugli spalti a guardare. Si, certo, quelli più bassi, i più vicini a te.
Ma neanche loro possono combattere per te.

Credevo di dovermi arrabbiare con chi non è salito sul ring con me.
In fin dei conti non ho mai imparato a giocare a scacchi.
Figuriamoci se mi sarei mai immaginata di dover sfidare la morte a questo gioco.
Ma nessuno può salire sul ring con te.

Chi ti sta vicino, può essere spettatore di quell’incontro.
Sei tu a decidere dove vuoi mettere gli altri all’interno della tua vita.
E a te non interessa neanche se ci sono. L’importante è che stiano fuori dalla tua lotta.
Tu devi combattere da solo.
Questo è l’unico momento della tua vita in cui nessuno potrà cambiare le tue decisioni.

E tu, che sei spettatore, puoi solo restare lì, senza decidere dove stare.
Non è la tua vita. Non sei il protagonista.
Il tuo spazio è dove chi combatte, decide di metterti.
Quello è il tuo posto in platea. Il migliore posto tra i più vicini, ma in platea.
Puoi accettare. O puoi scappare.
Con me sono scappati, quasi tutti.

E poi Ceci, che succede?
E poi.
E poi tu vinci.
Tu vinci sempre. Anche se muori.
Perché hai combattuto. Perché hai scoperto di essere forte.
Perché hai amato te stesso. Hai sofferto con te stesso.
Ti sei racchiuso dentro di te e hai dato a te stesso tutto quello di cui avevi bisogno.
Tu vinci. Sarai sempre vincitore.

E se non muori, e torni alla vita, allora potrai capire.
La concentrazione su di te si scioglierà piano piano e darà possibilità ad altre persone di entrare dalla porta che hai lasciato socchiusa.
E sarai tu a scegliere chi potrà entrare.
Magari farai di nuovo entrare qualcuno che è rimasto sulla porta, qualcuno che era sicuro che quella porta si sarebbe riaperta e che tu saresti uscito vincitore. Perché tu gli hai detto di andare nel mondo a vedere quanto è grande e tornare a raccontartelo. E se tornerà, la porta sarà aperta.

Io avrei voluto che le persone restassero.
E ho odiato quelle che se ne sono andate.
E quelle che se ne sono andate, non sono più tornate.
Nessuno è rimasto fuori dalla porta ad aspettare.

Ma io ho vinto comunque.
E adesso, cari miei, per entrare, bisogna bussare.

Schermata 2015-12-25 alle 15.20.15

Annunci
Categorie: Come stai?, La malattia, La Malattia quello che mi ha portato via e quello che mi ha fatto capire, Non vi ho detto com'è andata a finire... | 1 commento

La maledizione dei dicembre

Sembra strano, ma è vero.
I mesi che compongono i miei anni, ultimamente, girano ciclici.
La “sfiga”, protagonista principale della mia vita, trova il suo culmine, nel mese di dicembre (anche se ci prova costantemente a intaccare tutti i mesi precedenti).

Ho vissuto 15 anni insieme a un africano dell’Africa nera, uno di quelli nati vicino all’equatore, dove il cervello bolle dal caldo e dall’umidità che fa, e credo di essere arrivata al punto in cui non mi lascio stupire più da niente.

Ho ascoltato storie come quella della “bara che balla” durante il trasporto al cimitero perché il morto vuol far sapere ai familiari che non è deceduto per cause naturali, ma qualcuno lo ha ucciso.
Ho vissuto credenze, come la “piroga che oscilla sull’acqua” perché gli spiriti non vogliono che tu attraversi quel lago in quel momento.
Ho sentito parlare di stregoni, imputati di aver fatto un rito wodoo talmente forte, da portare quasi alla morte psicologica la persona, che ha avuto come unica soluzione quella di “capire chi fosse il mandante del maleficio” e “pagare lo stregone”, pur di far sciogliere la congettura su di lui.

A tutto questo ho sempre risposto che “io sono italiana e mi piace stare ad ascoltarvi”, “non penserò mai che state dicendo una cosa fuori dal normale” ma voi “non potete pretendere che io ci creda”.
Anche se mi continuate a dire che i riti wodoo degli stregoni africani raggiungono il destinatario in qualunque parte del mondo si trovi.

Ma torniamo ai miei sfigatissimi mesi di dicembre.
A un certo punto della mia esistenza, dopo una calma abbastanza piatta e direi anche abbastanza noiosa, sono cominciate a succedere cose dell’altro mondo.

Dicembre 2009 – l’inizio di tutto
In un solo mese della mia vita,
sono riuscita a vivere 4 episodi estremamente tragici.
Un aborto indotto al quinto mese di gravidanza con certificazione medica paragonabile alla pazzia, la perdita del lavoro che avevo ormai da 8 anni, la caduta economica della famiglia che avevo creato, la morte del mio cane di quasi 13 anni.

Bene.
Potremmo dire che tutto questo ci basta.
E invece, non vogliamo farci mancare niente.

Dicembre 2010
Il nuovo lavoro che avevo trovato, si risolve in un “ci piacerebbe, ma non possiamo tenerti. Ciao”.

Dicembre 2012
Si scatena l’apoteosi.
Scopro di avere due tumori al seno.
Una “pallina” discretamente grande e una serie di cazzutissimi “micronoduli” sparsi per tutto il seno.
Operazione, chemioterapia, addio ai capelli, metabolismo bloccato, un sacco di chili in più.
Dulcis in fundo, il mio caro marito mi molla prima dell’inizio della chemioterapia.

Dicembre 2015
Il mio compagno e mio migliore amico di sempre, che ha riso e sofferto con me, guardandomi negli occhi nei peggiori momenti della mia vita, con la più assoluta sincerità e un amore infinito, decide che non vuole essere più “nulla” per me dopo due anni e mezzo di storia vissuta insieme e mi molla alle soglie di Natale, scomparendo nella nebbia.
(Quello che fondamentalmente mi preoccupa adesso, è che oggi è solo il 5 dicembre e per arrivare a gennaio mancano ancora 26 giorni e purtroppo so che non c’è mai fine al peggio…)

Ora, io non crederò ai riti wodoo degli africani, ma forse forse, al malocchio dei napoletani potrei iniziare a crederci, non pensate?

Vi prego!!! Datemi una cura contro la sfiga.
🙂 peace & love

Cecilia Lascialfari

Categorie: La maledizione dei dicembre, Senza categoria | Tag: , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.