Non vi ho detto com’è andata a finire…

La malattia, quello che mi ha portato via e quello che mi ha fatto capire.

Ho sempre creduto che gli adulti fossero forti.
Capaci di resistere agli eventi della vita.
Perfino alla morte.
E l’ho creduto fino a che non ho visto la morte in faccia.

A un certo punto della mia vita mi sono ammalata di una malattia che ti porta via.
Ed ho scoperto che nessuno oltre a noi stessi può sopportare quel dolore.
Nessuna persona che hai vicino può sopportare la sofferenza della persona che ama, che questa sia amica, parente, figlia, conoscente, amante, moglie, fidanzata.
Ci sono prove che uno deve superare da solo.
Ed è incredibile perché nessuno pensa mai che riuscirà a superare quella prova.
Ma quando sei tu e te la devi vedere con te stesso, non puoi scappare.
E le persone che hai vicino non hanno più peso.

Hai paura, una fottuitissima paura.
Arraffi tutto senza pensare.
Accumuli energie dalle persone, più che puoi.
Perché hai paura.
Chiedi.
Non fai altro che chiedere che le altre persone ti diano un po’ della loro aria, un po’ della loro vita, un po’ della loro speranza.
E non ti interessa se le fai soffrire. Non ti interessa di quello che resta di loro. Tu stai morendo.
E’ inconsapevole quello che fai. Non lo vedi. Non te ne rendi conto.
Il male che fai agli altri è sempre minore di quello che provi tu dentro di te.

Ma gli altri sono solo una scusa. Tu hai paura, una fottutissima paura di non farcela.
E solo l’amore puro, quello vero quello di un genitore, di un fratello, di un bambino, supera la prova.
L’amore per un compagno, se tu lo permetti, può farcela ma spesso non ce la fa.
L’amicizia non ce la fa.
E tu piano piano, e a volte molto velocemente, vai all’inferno.

E’ strano. Tu scendi le scale verso l’inferno e le persone ti seguono.
Si chiedono dove vai, ti osservano, sono curiose.
Pian piano però si fermano.
E tu continui a scendere. Senza voltarti.
E loro da tante che erano diventano poche.
E tu continui a scendere e non ti interessa di quanti vengono giù con te.
Quando arrivi al centro dell’inferno, non c’è più nessuno.
Solo tu. E davanti a te la morte. In un combattimento all’ultimo sangue.
Che come rappresentò perfettamente Ingmar Bergman ne “Il settimo sigillo”, si svolge con una partita a scacchi, nel mio caso su un ring.

All’inferno è buio.
Non vedi niente. Sei solo. Ti senti solo. E vuoi essere solo.
La sofferenza che provi, credi che ti ucciderà.
Ma non succede mai così.
Non è mai la sofferenza ad ucciderti.
Nello stesso modo in cui tu non puoi impedire al sole di sorgere alto nel cielo.
E l’inferno, ti sfida. Sfida la tua capacità di resistenza. E tu, scopri, che hai una resistenza infinita.
Non ti arrendi mai. Ma non lo sapevi. Non ne eri consapevole fino a quel momento.
Ed è lì che inizi a combattere. Quando ormai tutto è perduto, quando ormai sai che non ce la farai, quando stai per mollare tutto, ti accorgi di quanto sei stato forte a resistere e la tua testa si rialza.
Non stai più piegato su te stesso a prendere bastonate dalla morte.
Adesso la guardi in faccia la morte. Non hai paura di combattere.
Anche a mani nude.

Le tue mani, che hanno fatto mille cose nella loro vita, adesso ti danno la forza per alzarti.
Sarebbe bello avere un amico che ti para le spalle. Ma questo non è possibile.
Nessuno è sceso fino a lì con te.
Nemmeno se l’amore che prova per te è il più grande del mondo.
Non gliel’hai permesso. Ed ha avuto paura.

Anche la tua famiglia resta sugli spalti a guardare. Si, certo, quelli più bassi, i più vicini a te.
Ma neanche loro possono combattere per te.

Credevo di dovermi arrabbiare con chi non è salito sul ring con me.
In fin dei conti non ho mai imparato a giocare a scacchi.
Figuriamoci se mi sarei mai immaginata di dover sfidare la morte a questo gioco.
Ma nessuno può salire sul ring con te.

Chi ti sta vicino, può essere spettatore di quell’incontro.
Sei tu a decidere dove vuoi mettere gli altri all’interno della tua vita.
E a te non interessa neanche se ci sono. L’importante è che stiano fuori dalla tua lotta.
Tu devi combattere da solo.
Questo è l’unico momento della tua vita in cui nessuno potrà cambiare le tue decisioni.

E tu, che sei spettatore, puoi solo restare lì, senza decidere dove stare.
Non è la tua vita. Non sei il protagonista.
Il tuo spazio è dove chi combatte, decide di metterti.
Quello è il tuo posto in platea. Il migliore posto tra i più vicini, ma in platea.
Puoi accettare. O puoi scappare.
Con me sono scappati, quasi tutti.

E poi Ceci, che succede?
E poi.
E poi tu vinci.
Tu vinci sempre. Anche se muori.
Perché hai combattuto. Perché hai scoperto di essere forte.
Perché hai amato te stesso. Hai sofferto con te stesso.
Ti sei racchiuso dentro di te e hai dato a te stesso tutto quello di cui avevi bisogno.
Tu vinci. Sarai sempre vincitore.

E se non muori, e torni alla vita, allora potrai capire.
La concentrazione su di te si scioglierà piano piano e darà possibilità ad altre persone di entrare dalla porta che hai lasciato socchiusa.
E sarai tu a scegliere chi potrà entrare.
Magari farai di nuovo entrare qualcuno che è rimasto sulla porta, qualcuno che era sicuro che quella porta si sarebbe riaperta e che tu saresti uscito vincitore. Perché tu gli hai detto di andare nel mondo a vedere quanto è grande e tornare a raccontartelo. E se tornerà, la porta sarà aperta.

Io avrei voluto che le persone restassero.
E ho odiato quelle che se ne sono andate.
E quelle che se ne sono andate, non sono più tornate.
Nessuno è rimasto fuori dalla porta ad aspettare.

Ma io ho vinto comunque.
E adesso, cari miei, per entrare, bisogna bussare.

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Non vi ho detto com’è andata a finire…

Ebbene si, adesso che l’ho vissuto, vi posso raccontare cosa è significato.

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